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Sadhana Filosofia

07/05/2026

Dalla fisica alle neuroscienze (passando per l’IYENGAR®Yoga)​ 

Antonella Maselli lo racconta a Emanuela Zanda

 

EZ: Come è iniziato il tuo percorso di studio da scienziata e come si connette con lo yoga?

AM: Tutti gli studenti, scegliendo una facoltà universitaria, si assumono un rischio, ma soprattutto colgono una opportunità, i cui semi potranno svilupparsi in futuro. Io ho scelto all’Università di studiare Fisica senza soffermarmi nel soppesare le possibili implicazioni di questa scelta: mi affascinava la disciplina e ho sempre avuto più facilità con la matematica che con le discipline umanistiche. Non ho mai avuto ripensamenti, anzi tornando indietro credo che rifarei la stessa scelta. Nel corso degli anni universitari, ho iniziato a praticare yoga, ma lo studio e la pratica sono rimasti su due binari separati.

Quello che mi ha colpita dello yoga non è stato tanto l’aspetto spirituale, ma quello esperienziale. Lo yoga mi si è da subito rivelato come uno strumento impareggiabile per guidare la nostra mente all’osservazione dei diversi processi mentali, che siano di natura percettiva, motoria, e comportamentale: quindi anche come uno strumento affascinante di conoscenza, che va al di la del classico metodo scientifico. Pur non essendo una sportiva, ho trovato interessante sperimentare altre discipline che lavorano esplicitamente sull’osservazione e sulla consapevolezza delle percezioni, e degli schemi motori come esempio l’Aikido e la danza: tutte esperienze che ho trovato molto utili ma non come l’approccio integrato dell’IYENGAR®Yoga.

 

EZ: Come hai scoperto l’IYENGAR®Yoga?

AM: L’ultimo anno di Università mi sono trasferita a Firenze e ho conosciuto Gabriella Giubilaro, che è stata per me una importantissima figura di riferimento. Forse il fatto che anche lei avesse studiato Fisica ha fatto sì che ritrovassi nei suoi insegnamenti questi aspetti dello yoga che più mi avevano attratto e che il metodo IYENGAR®Yoga esprime alla perfezione.
Quello che mi ha fatto sentire “a casa” nell’insegnamento di Gabriella è stato il modo in cui guidava noi allievi nelle azioni e nelle percezioni: un modo in cui riconoscevo il metodo “scientifico”, una costante ricerca del rapporto preciso tra causa ed effetto, che non avevo ancora incontrato prima.
Poco per volta, ho cominciato a realizzare che anche la mente potesse diventare un oggetto di studio scientifico e che i suoi meccanismi avrebbero potuto essere analizzati, almeno in parte, con metodi simili a quelli usati nel mio lavoro di ricerca, sia pure in ambito completamente diverso.

 

EZ: Così, attraverso lo yoga sei arrivata alle neuroscienze?

AM: Mentre frequentavo il dottorato, casualmente un libro mi ha messo di fronte al mondo delle neuroscienze e della comunità scientifica che studia il corpo, la mente e le loro reciproche relazioni. Il libro era “L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello” di Oliver Sacks, un vero e proprio caso editoriale nel suo genere. Io facevo allora la ricercatrice nel campo dell’astrofisica: il lavoro mi piaceva molto, ma mi sono resa conto che quello che trovavo più interessante era dedicarmi a cercare la soluzione a problemi complessi, non tanto la tematica in sé. In realtà, non sono mai stata veramente appassionata di stelle!

A quel punto mi son detta che, se avevo deciso di dedicare la mia vita alla ricerca scientifica, avrebbe avuto più valore farlo in un campo che davvero mi appassionasse; diversamente, la mia ricerca sarebbe diventata troppo meccanica. Ho iniziato a leggere altri testi divulgativi, fra cui mi ha particolarmente colpito il libro “The body has a mind on its own” che spiega come il corpo è parte integrante della nostra mente. Certo i testi che ho menzionato sono ormai datati, e molti altri testi validissimi sono usciti in questi anni, ma per me hanno segnato due passaggi importanti e sono stati la vera spinta per fare il salto dalla Cosmologia alle Neuroscienze.

Nel corso del mio percorso post dottorato sono stata fortunata e ho avuto l’opportunità di essere assunta per fare ricerca sulle tematiche molto affascinanti: si trattava di studiare i meccanismi multisensoriali alla base della percezione del nostro corpo. Ho dovuto ricominciare praticamente da zero non avendo non solo la formazione di base, ma neanche la forma mentis – più verbale e argomentativa, e meno spiccatamente analitica e formale – che è più tipica di discipline come la medicina, della psichiatria, e della psicologia.
Tornare al punto di partenza è stato a volte un po’ frustrante e sicuramente più complicato di quello che avevo immaginato: nell’astrofisica mi ero specializzata sullo sviluppo di modelli di realtà creati a partire da principi di base (regole fondamentali) e da calcoli matematici, mentre nelle neuroscienze occorre capire come analizzare e misurare qualcosa che non è apparentemente quantificabile, come percezioni e processi mentali, e che spesso sfugge a definizioni precise. Imparare a descrivere studi e risultati scientifici con il linguaggio verbale e non con le formule, e accettare i lassi margini di incertezza intrinseci nello studio della mente, è stato per me il passaggio più complicato.

 

EZ: Quali sono state le tue prime ricerche sulla percezione del corpo?

AM: Il primo tema di ricerca che ho affrontato è stato come il cervello costruisce la percezione del nostro corpo. A livello fisiologico la percezione del nostro corpo deriva da una moltitudine di informazioni frammentarie: stimoli sensoriali che raggiungono diverse regioni del nostro cervello e che devono essere integrate, potremmo dire “fuse” insieme, anche sulla base di informazioni “interne” come memorie, stati d’animo, e conoscenze innate sulla struttura del corpo umano.
Possiamo quindi affermare che la percezione quotidiana che abbiamo del nostro corpo come ben definita e stabile, sia in realtà un’efficientissima ricostruzione in tempo reale di un puzzle di grande complessità. La dimostrazione più lampante di questo la troviamo in diversi disturbi neurologici, come per esempio i curiosi (e tragici) casi in cui la capacità di riconoscere parti del nostro corpo o le nostre stesse azioni come nostre viene compromessa.

 

Homunculus corticale. Studi di neurofisiologia hanno mostrato come le sensazioni somatiche (come tatto e propriocezione) che hanno origine dal nostro corpo sono rappresentate nel nostro cervello a livello della corteccia somatosensoriale con una mappa in cui viene dato molto più a spazio mani, labbra e lingua rispetto ad altre parti del corpo, in virtù della loro maggiore funzionalità.

 

Ci sono diversi approcci utilizzati per lo studio dei meccanismi coinvolti. Io ho iniziato lavorando in uno dei primi laboratori in cui si è utilizzata la realtà virtuale immersiva come strumento di indagine in campo neurofisiologico e psicologico (all’epoca non esistevano in commercio i visori 3D oggi largamente diffusi, e in Europa i laboratori che usavano queste tecnologie di frontiera si potevano contare sulle dita di una mano). La realtà virtuale immersiva permette di indurre potenti illusioni sensoriali, al punto che è possibile processare le informazioni visive provenienti da un corpo virtuale (statico o in movimento) come se originassero dal tuo sesso corpo fisico. Questo consente di dissociare temporalmente e spazialmente le informazioni sensoriali che provengono da diversi canali sensoriali e dà informazioni di movimento, permettendo così di studiare come queste informazioni vengano integrate (“fuse”) dal nostro cervello.

Questa è stata la prima linea di ricerca su cui ho lavorato e continuo a lavorare. Di lì ho progressivamente ampliato il dominio delle mie attività di ricerca, dapprima focalizzandomi sulla relazione appunto tra la percezione del corpo e il movimento, e successivamente prendendo in considerazione gli aspetti più cognitivi legati allo sviluppo di abilità motorie e alla pianificazione di movimenti complessi e concatenati nel tempo.

 

L’arrampicata sportiva costituisce un esempio concreto di come meccanismi cognitivi come le decisioni e la pianificazione siano strettamente legati ed influenzati dalle caratteristiche del corpo fisico, così come dalle abilità motorie individuali.

 

 

Un paradigma è ad esempio quello della scalata sportiva. Nella scalata arrivare alla meta richiede una sequenza ordinata di movimenti; in ciascun passaggio la decisione su quale appiglio usare per avvicinarsi alla meta determina le successive possibilità di azione: alcune vengono precluse altre diventano possibili. Il nostro obiettivo è studiare come l’esperienza determini la capacità di trovare strategie ottimali, non solo in base al problema da risolvere (un processo prettamente cognitivo) ma anche a seconda di valutazioni sull’ambiente (per esempio le caratteristiche della parete da scalare), sulle proprie abilità motorie, e sulla propria struttura e forma fisica. E’ come decidere se fare una sequenza di āsana oppure un’altra per raggiungere un determinato stato mentale come obiettivo.

 

EZ: Le percezioni sono misurabili?

AM: Praticando IYENGAR®Yoga già da diversi anni, la mia ambizione scientifica era proprio quella di studiare i meccanismi fisiologici di modulazione delle percezioni e del controllo delle azioni implicate nella pratica. Al momento non ho ancora concretizzare questo obiettivo, ma sto attivamente lavorando a conseguire finanziamenti per poter realizzare una serie di studi sperimentali che coinvolgano la comunità dell’IYENGAR®Yoga . Questa scelta non è motivata semplicemente dalla mia personale affiliazione al metodo, ma ritengo che l’IYENGAR®Yoga offra, a differenza di altri metodi, aspetti di sistematicità e riproducibilità che sono fondamentali nella ricerca scientifica.

Lo yoga è già da tempo oggetto di studio scientifico, ma le ricerche sinora si sono concentrate soprattutto su alcuni aspetti specifici. Un filone molto florido ha indagato gli aspetti legati alla promozione della salute e del benessere, studiando in maniera sistematica come lo yoga può migliorare lo stato di salute, e nello specifico l’effetto terapeutico che può avere in diverse condizioni di carattere clinico. Nell’ambito più specifico delle neuroscienze, gli studi si sono concentrati nell’effetto della pratica sulle strutture cerebrali e sui loro pattern di attivazione, anche in relazione ai diversi stati di coscienza (Chittaro, 2025). Il mio personale interesse nell’uso dello yoga come strumento di indagine per le neuroscienze è diverso, e consiste nell’usare lo yoga come modello per lo studio dei meccanismi di apprendiamo degli schemi motori complessi, come la coordinazione sottile di azioni guidate dalla percezione.

Ad oggi, nella maggior parte degli studi scientifici sul controllo motorio si utilizzano compiti estremamente semplificati, come il raggiungimento di oggetti con il solo movimento del braccio. Già questi studi presentano diversi livelli di complessità. Passare da qui allo studio di comportamenti naturali che coinvolgono tutto il corpo è un salto quantico! Il vantaggio che offre lo yoga, ed in particolare l’ IYENGAR®Yoga, è lo sviluppo di abilità (e attivazioni) motorie complesse in posizioni statiche; la mancanza di movimento (inteso come spostamento nello spazio) infatti elimina una buona parte della complessità del problema.
Ma come da praticanti bene sappiamo, la mancanza di movimento non implica mancanza di azione (intesa come il controllo accurato dell’attività muscolare). Nello yoga abbiamo quindi la possibilità di studiare i sofisticati meccanismi di coordinazione motoria e di apprendimento di schemi motori complessi, rimuovendo il “rumore” che ha origine dal movimento.

Inoltre, come ben sappiamo, l’esecuzione di un āsana può coinvolgere attivazioni muscolari che cambiano e vengono affinate con la pratica, e questo ci permetterebbe studiare meccanismi di apprendimento motorio, ovvero come la pratica permetta di accedere ad un controllo motorio sempre più sofisticato, caratterizzato da una riduzione progressiva dello sforzo richiesto. Sono convinta che questo approccio, apparentemente più meccanicista, possa fornire una solida base con cui poter affrontare in maniera più sistematica lo studio di processi più sfuggenti come gli effetti della pratica sullo stato mentale a corto e lungo termine, o sull’impatto del linguaggio nella pratica.

 

 

EZ: L’interpretazione di BKS Iyengar degli Yogasūtra è a questo proposito illuminante: "La perfezione nell' āsana è raggiunta quando lo sforzo cessa, infondendo calma infinita e permettendo al veicolo mortale, il corpo, di fondersi con il veggente" (YS, II.47). Quindi misurare la percezione può aiutare a capire come diminuisce lo sforzo nella pratica?

AM: Un altro aspetto che vorrei approfondire nella mia ricerca fa riferimento ad una delle più recenti teorie di controllo motorio in cui si propone (come principio fondamentale) che le azioni motorie siano attivate direttamente da percezioni “desiderate”. In altri termini, si ipotizza che il cervello non elabori direttamente comandi di movimento ma piuttosto delle predizioni percettive da concretizzare, e che queste predizioni percettive inneschino in maniera diretta le attivazioni muscolari.
Questa affascinante teoria, ancora controversa e da dimostrare, ricorda gli insegnamenti di B.K.S. Iyengar. Il metodo di insegnamento ben codificato dell’IYENGAR®Yoga ha sviluppato infatti un attento repertorio di istruzioni in cui le azioni da fare negli āsana sono guidate dando istruzioni molto specifiche sulla percezione da evocare.

Quello che trovo sorprendente del lavoro di Guruji è stata la sua capacità di individuare in maniera precisa alcuni dei meccanismi chiave dell’apprendimento, inteso nella sua accezione generale di acquisizione di conoscenza, in cui riconosco uno spiccato metodo scientifico.
Un altro esempio emblematico di questo lo ritrovo nell’uso del linguaggio che caratterizza l’ IYENGAR®Yoga. L’importanza del linguaggio nel guidare l’apprendimento motorio è un aspetto che solo recentemente è stato preso in considerazione nelle Neuroscienze. L’attenzione dell’ IYENGAR®Yoga alla selezione di precise istruzioni verbali mette in luce il potere evocativo delle parole o di “immagini” verbali, e costituisce un ulteriore aspetto che potrebbe contribuire ad una maggiore comprensione dell’interazione fra linguaggio e movimento, fra mente e corpo. Bisogna inoltre riconoscere che Iyengar ha raffinato l’uso del linguaggio, nel cercare la chiarezza e l’efficacia necessaria per rendere le istruzioni più semplici possibile, utilizzando l’inglese con maestria, pur non essendo l’inglese la sua lingua madre.

 

 

EZ: Quindi, anche le neuroscienze confermano che con la pratica la percezione si affina

AM: Dal punto di vista di una praticante di yoga di lungo corso (anche se a volte non costante) sono convinta che le Neuroscienze possano dare degli spunti importanti per guidare la pratica e comprenderne la filosofia. Per esempio, da praticanti sappiamo che la percezione del nostro corpo e dei suoi movimenti si affina durante la pratica. Diciamo che ci si avvicina progressivamente ad una percezione “diretta”. Le Neuroscienze ci possono aiutare a capire le basi di questo processo. Le Neuroscienze ci dicono che la percezione cosciente e diretta di uno stimolo sensoriale è una chimera: il nostro cervello elabora le informazioni che arrivano direttamente dai sensi (in fisiologia si parla di sensazioni) e le interpreta attraverso meccanismi di integrazione dell’informazione e di inferenza, cercando la causa più probabile che possa portare il complesso di sensazioni disponibili). In questo meccanismo di inferenza, di interpretazione delle sensazioni, l’abitudine e i preconcetti hanno un ruolo cruciale, che può scostare in maniera significativa la percezione cosciente dalla sensazione “pura”.
Perché la percezione sia veritiera e riproduca in maniera accurata la sensazione sensoriale, è necessario dissociare l’impressione sensoriale dalle abitudini e dai preconcetti.

 

EZ: Scusa se ti interrompo, ma abbiamo appena pubblicato la traduzione, qui sul Sadhana Blog, di un articolo di Abhijata in cui ricorda che Guruji diceva che l’abitudine è una malattia!

AM: Nelle Neuroscienze si usa il termine ombrello bias per indicare la tendenza a distorcere la percezione degli stimoli sensoriali, così da renderla più coerente e vicina alla nostra esperienza pregressa, alle nostre memorie. In molti casi questa integrazione fra sensazioni e conoscenza pregressa è essenziale ad una efficiente interazione con il complesso mondo che ci circonda; tuttavia i bias cognitivi posso alterare la percezione in maniera importante e discostarla in maniera sensibile dalla realtà dello stimolo osservato. Questi processi di errata (ma funzionale) interpretazione trovano una dimostrazione lampante nelle illusioni ottiche.

 

Illusioni ottiche come quelle sopra mostrate costituiscono una dimostrazione lampante di come la percezione che abbiamo di alcuni elementi dell’ambiente possa discostarsi in maniera significativa dalle loro caratteristiche oggettive. In maniera simile, la percezione del nostro corpo e della sua configurazione può non rispecchiare il suo stato reale.

 

EZ: Invece nella filosofia yoga si parla di citta-vṛtti, fluttuazioni mentali che sempre oscillano tra percezione diretta, inferenza, influenza culturale, presunzioni, immaginazione, memoria.

AM: Uno degli aspetti della pratica dell’ IYENGAR®Yoga che mi ha da subito affascinato è come il praticante sia guidato alla progressiva presa di consapevolezza delle abitudini. Una semplice correzione dell’insegnante, ci fa capire che sentirsi allineati non necessariamente significa esserlo e viceversa: spesso dopo la correzione ci sentiamo storti anche se non lo siamo. Questo ci porta a realizzare come l’abitudine (il bias) altera la nostra percezione allontanandola da una lettura corretta delle informazioni sensoriali. Questa presa di coscienza ricorrente nell’insegnamento educa la mente alla corretta distinzione tra sensazione e percezione, permettendoci di sviluppare una percezione man mano più “diretta”. Ancor più affascinate, è come questa presa di coscienza non resti confinata alla pratica degli āsana, ma entri nella vita quotidiana consentendo maggiore obbiettività, distacco dai preconcetti, e attenzione verso gli altri.

Lo yoga, e nella mia esperienza il metodo IYENGAR®Yoga in particolare, ci offre uno strumento potente per educare il nostro corpo ed il nostro respiro, e per esplorare i sottili processi della nostra mente, mettendoci a disposizione una conoscenza che può essere utilizzata in tutti gli aspetti della vita, persino nella scienza!

 

 

Bibliografia

Blakeslee S. and M., The body has a mind on its own. How Body Maps in your Brain helps you do (almost) everything better, Random House Publishing Books, 2008.

Iyengar A. L’abitudine è una malattia, Sadhana Blog, 18/07/2025.

Iyengar B.K.S., Gli antichi insegnamenti dello Yoga, I Sutra del grande maestro Patañjali, Futura, 1997.

Sacks O., L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello, Milano, Adelphi, 1986.

Chittaro L., Le neuroscienze dello yoga, Mimesis, 2025

 

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Bibliografia

E.F. Bryant, Gli Yoga-Sūtra di Patañjali. Edizione italiana a cura di Gabriella Giubilaro, Mediterranee, Roma, 2019.B.K.S. Iyengar, L’Albero dello Yoga, Ubaldini, Roma, 1989.

B.K.S. Iyengar, Gli antichi insegnamenti dello Yoga. I Sūtra del grande maestro Patañjali, trad. e cura di Gabriella Giubilaro, Edizioni Mediterranee, Roma, 1997.

B.K.S. Iyengar, Teoria e pratica dello Yoga, Edizioni Mediterranee, Roma, 2003.

Patañjali, Yogasutra, a cura e traduzione di Federico Squarcini, Einaudi, Torino, 2019.

Bhagavadgītā, trad. di R. Gnoli, Adelphi, Milano.1991.

G. Feuerstein, The Yoga-Sūtra of Patañjali. A new Translation and Commentary, Inner Traditions, 1989.

 

Riferimenti immagini:

Archivio AIYI

 

 


 

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