Area riservata ai soci

Sadhana Filosofia

16/02/2026

Dalle Radici al Cielo

L'Albero dello Yoga secondo B.K.S. Iyengar

di Silvia Viglietti

 

 

Nel lavoro di B.K.S. Iyengar, la pratica dello yoga affonda le sue radici nella grande tradizione ascetico-sapienziale dell’India, di cui rappresenta una continuità vivente. Nel suo libro Albero dello Yoga, il Maestro non propone un nuovo metodo, ma un percorso per riscoprire dall’interno il senso originario dello yoga come disciplina integrale dell’essere umano.

B.K.S.Iyengar si riconosce nell’eredità di Patañjali, autore degli Yogasūtra, in cui si delinea un cammino in otto aṅga – dall’etica alla meditazione – e si descrivono la vita e le pratiche del praticante, che orienta ogni aspetto della propria esistenza all’unione con il principio assoluto (il Brahman nella tradizione vedico-upaniṣadica, chiamato ḹśvara da Patañjali, un puruṣa “speciale”). In questa prospettiva, la realizzazione del samādhi non è mai separata dalle fondamenta etiche della pratica: la continenza (brahmacarya) e la purezza morale (śīla) costituiscono la base della concentrazione e della meditazione. Come afferma Patañjali,

YS, II.28 yogāṅgānuṣṭhānād aśuddhi-kṣaye jñāna-dīptir-āviveka-khyāteḥ

“quando le impurità sono eliminate, sorge la conoscenza che conduce alla visione discriminante del reale” (trad. Squarcini).

L’immagine dell’albero, che dà titolo all’opera di Iyengar, riprende e attualizza questa visione organica e non semplicemente lineare del cammino.

Come in un albero ogni parte vive simultaneamente – radici, tronco, rami, foglie e frutti – così nello yoga tutti gli aspetti della pratica si sostengono a vicenda: la forza etica delle radici alimenta la linfa della consapevolezza e il frutto del samādhi si nutre dal terreno dell’esperienza.

Questo simbolismo trova un’eco anche nella Bhagavadgītā, dove l’universo è paragonato all’aśvattha invertito, l’albero cosmico con le radici in cielo e i rami in terra (XV, 1-3). Allo stesso modo, l’Albero dello Yoga di B.K.S.Iyengar spiega come la pratica avvenga nel corpo e nella vita concreta del praticante, ma tragga nutrimento dalla dimensione trascendente: la luce che discende dall’alto ne alimenta ogni gesto, ogni respiro, ogni forma.

In questa prospettiva, la pratica dell’āsana non è un semplice esercizio fisico, ma un mezzo di trasformazione dell’intero essere umano: un cammino in cui il visibile e l’invisibile, la materia e la coscienza si incontrano e si riconoscono come aspetti di una stessa realtà.

 

Corpo, mente e respiro: un’unità indivisibile

Nella prospettiva di Iyengar, l’unità di corpo, mente e respiro non è soltanto un principio teorico, ma la condizione concreta perché la pratica possa rivelare la sua natura trasformativa. Se la tradizione yogica classica descrive un cammino che conduce dalla disciplina etica (yama, niyama) alla liberazione (samādhi), il Maestro mostra come tale processo possa essere vissuto interamente attraverso la pratica dell’āsana.

Patañjali definisce l’āsana come sthira-sukham āsanam (YS, II, 46), una postura “stabile e agiata” (trad. Squarcini), che Guruji interpreta come equilibrio dinamico tra azione e resa interiore.

In Occidente, lo yoga è stato spesso interpretato come pratica fisica, ma Guruji ci ricorda invece che “il corpo è il tempio dell’anima” e che corpo, mente e spirito non sono separabili. La sua ricerca instancabile nel perfezionamento della pratica lo ha portato a comprendere come ogni postura del corpo produca effetti sul respiro e, di conseguenza, sullo stato mentale e spirituale.

Gli āsana non sono così semplici posizioni del corpo, ma configurazioni simultanee di corpo, mente e respiro. Nella loro esecuzione consapevole si rivela l’intreccio indissolubile di questi tre elementi, che agiscono l’uno per l’altro in un continuo scambio di sostegno. Come un alchimista che distilla l’essenza dalle sostanze grezze, il praticante impara – attraverso l’attenzione e la maturità – a modulare le configurazioni del corpo e del respiro per renderle strumenti di introspezione, portando alla luce la natura più profonda della coscienza.

In questa unità di corpo, respiro e mente si manifesta anche la radice etica dello yoga: la consapevolezza che ogni gesto, ogni respiro, ogni pensiero hanno un peso e una direzione. La pratica dell’āsana, vissuta in questa prospettiva, non è fine a sé stessa ma un mezzo per realizzare i principi di stabilità, presenza e verità che costituiscono le fondamenta dell’intero albero yogico.

 

Le radici: yama

Le radici dell’Albero dello Yoga rappresentano yama, il primo degli otto aṅga descritti da Patañjali (YS, II.30). Comprendono i principi etici universali – ahiṃsā (non violenza), satya (verità), asteya (non rubare), brahmācarya (continenza), aparigraha (non possessività) – che sostengono tutta la crescita spirituale. Patañjali li chiama mahāvrata, i grandi voti, universali e incondizionati (YS, II.31) fondamento imprescindibile della pratica etica.

Iyengar afferma che senza radici l’albero non può stare in piedi e, allo stesso modo, senza yama la pratica non ha stabilità né direzione. Questi principi non sono comandamenti esterni, ma il risultato di trasformazioni interiori che rendono possibile una relazione armoniosa con sé stessi e con gli altri.

Ahiṃsā, la non violenza, si manifesta nel rispetto dei propri limiti e nell’attenzione alla sensibilità del corpo: significa agire senza forzare, con amore e precisione. Satya è la verità vissuta nel momento presente: onestà nel percepire dove si è, senza mascherare difficoltà o sovrastimare capacità. Asteya implica non sottrarre energia o tempo alla pratica e non desiderare ciò che appartiene ad altri: è equilibrio tra impegno e non possessività. Brahmācarya è la moderazione e il corretto uso dell’energia vitale (ojas), che nella pratica diventa continuità e sobrietà del gesto. Infine, aparigraha libera dall’avidità e dall’attaccamento ai risultati: il praticante agisce per il puro valore dell’azione, non per il frutto che ne deriva (BG, 3.19).

Quando yama permea la pratica, l’āsana diventa un atto etico: ogni allineamento nasce dal rispetto, ogni sforzo dalla sincerità. Iyengar scrive che “gli yama e i niyama sono le fondamenta del carattere yogico; attraverso di essi la mente si purifica e diventa degna di conoscenza”. Le radici, invisibili ma essenziali, garantiscono che l’albero dello yoga possa crescere saldo e fertile.

 

Il tronco: niyama

Il tronco dell’albero rappresenta niyama (YS, II.32), la disciplina interiore e la cura di sé. I suoi cinque principi – śauca (purificazione), santoṣa (appagamento), tapas (ardore), svādhyāya (studio di sé e dei testi sacri), Īśvara praṇidhāna (devozione al Divino) – costituiscono la struttura che sostiene la crescita spirituale.

Se yama orienta il comportamento verso l’esterno, niyama educa l’interno: è la colonna che unisce le radici ai rami, trasformando i principi in esperienza vissuta.

Śauca non è solo pulizia del corpo, ma chiarezza mentale: eliminare impurità come paura, giudizio e disattenzione. Un corpo pulito e un respiro libero rendono la mente trasparente, capace di riflettere la luce della coscienza. Santoṣa è la contentezza che nasce dall’accettazione del presente: non rassegnazione, ma equilibrio sereno tra sforzo e resa. Tapas è l’ardore che brucia l’inerzia e affina la percezione: la costanza nella pratica quotidiana che purifica il corpo e illumina la mente. Svādhyāya porta lo sguardo all’interno: è lo studio dei testi sacri e, insieme, l’osservazione del proprio comportamento, l’attivazione del testimone. Infine, Īśvara praṇidhāna sigilla il cammino: la devozione e la resa consapevole al principio universale che permea ogni azione.

Iyengar scrive che il corpo è lo strumento dell’evoluzione dell’anima; attraverso la purezza, la contentezza e l’ardore esso diventa un veicolo di preghiera. Quando i niyama maturano, la pratica dell’āsana trascende la dimensione personale: diventa un’offerta. La disciplina non è più costrizione, ma libertà interiore. Il tronco sostiene l’albero e in esso scorre la linfa della devozione.

 

I rami e le foglie: āsana e prāṇāyāma

I rami dell’albero sono gli āsana, che creano spazio nel corpo e tracciano i sentieri del respiro. Una posizione eseguita con concentrazione, determinazione, dedizione e onestà genera risultati non solo fisici: disponendo le membra e le varie parti nel giusto ordine e allineamento la mente sperimenta quiete e pace nelle ossa, articolazioni, muscoli e pelle.

Dopo un primo momento più fisico, in cui si la tecnica è necessaria per costruire la stabilità della posizione, subentra un momento di riposo, di riflessione, dove la mente si allinea con il corpo e inizia ad abitare quella forma nello spazio che sottende il respiro. Se il corpo è allineato e radicato, la mente si calma e trova equilibrio. Iyengar sottolinea che stabilità e comodità (YS, II.46) sono stati di consapevolezza che emergono da precisione, dedizione e umiltà.

Le foglie, invece, rappresentano il prāṇāyāma. Così come le foglie nutrono l’albero, il respiro consapevole irrora la struttura fisica e mentale di energia. Attraverso l’osservazione e la modulazione del respiro, il praticante impara a dirigere il prāṇa nelle diverse aree del corpo, purificando i canali energetici e portando quiete interiore. Impara in tal modo a intervenire sulla complessa tecnologia della respirazione e a studiarne il funzionamento: profonde e consapevoli inspirazioni ed espirazioni possono generare effetti diversi, così come il respiro può anche essere sperimentato in specifiche aree, quali testa, torace o regione pelvica, e può variare in durata, intensità e ritmo:

YS, II.50 bāhyābhyantara-stambha-vṛttiḥ deśa-kāla-saṅkhyābhiḥ paridṛṣṭo dīrgha-sūkṣmaḥ

[Prāṇāyāmaḥ] appare come una serie di movimenti [del respiro] esterni, interni e trattenuti. Questi sono prolungati e sottili a seconda di luogo, tempo e numero (trad. Bryant)

Con il prāṇāyāma il respiro si trasforma da funzione biologica a strumento di presenza, raccordo tra movimento e quiete: l’energia vitale non è più dispersa, ma viene raccolta e trasformata in silenzio interiore. Così, attraverso il respiro, i sensi imparano a volgere il loro sguardo verso la sorgente: è il preludio naturale del raccoglimento interno, pratyāhāra.

 

La corteccia, la linfa e il fiore: pratyāhāra, dhāraṇā, dhyāna

 

Una volta costruita una forma stabile ed equilibrata in tutte le sue parti, la mente inizia a sintonizzarsi con il ritmo naturale del respiro, favorendo così il ritiro spontaneo degli organi percettivi e la loro inversione verso gli oggetti interni. Questo è il pratyāhāra (YS, II.54), il viaggio involutivo dei sensi, che ripercorrono la strada a ritroso contro la corrente della memoria e della mente. Guruji lo paragona alla corteccia che protegge l’albero: un involucro che isola e protegge la vita interiore.

La linfa vitale che scorre attraverso ogni fibra dell’albero è dhāraṇā, la concentrazione (YS, III.1) con cui si allinea il corpo e si mantiene la forma nello spazio raggiungendo la corretta stabilità e confidenza. Quando la mente, prima dispersa, si raccoglie in un unico punto allora si attiva dhāraṇā, la concentrazione profonda. Iyengar spiega che la concentrazione non è uno sforzo di volontà, ma il risultato naturale della stabilità fisica e del respiro quieto: se il corpo è fermo e il prāṇa scorre senza ostacoli, la mente smette di oscillare e si dirige spontaneamente verso l’interno. Dhāraṇā è come la linfa che, fluendo verso il tronco e i rami, nutre ogni parte dell’albero: la forza silenziosa che mantiene la coesione e l’equilibrio.

In questa fase, il praticante coltiva un’attenzione vibrante e continua – non rigida, ma viva – che connette l’intelligenza del corpo alla chiarezza della mente. Iyengar scrive che la concentrazione è la meditazione in potenza; quando la mente si fissa su un punto, tutta l’energia si raccoglie in esso.

Il fiore dell’albero è dhyāna, la meditazione (YS, III.2), la contemplazione, l’incorporazione del principio che l’āsana stessa rappresenta, che nasce quando si impara a mantenere la forma esteriore portando attenzione alle parti più profonde. In questa fase la pratica si trasforma: l’azione diventa meditazione, e la meditazione avviene grazie ai risultati dell’azione. Il praticante non “fa” più l’āsana, ma si identifica con l’āsana stessa. Nell’incontro perfetto tra corpo, mente e respiro l’āsana accade e il soggetto diventa osservatore di questo accadere.

“La concentrazione, la meditazione e il samādhi insieme costituiscono il saṃyama” (YS, III.4–5, trad. Squarcini), principio che B.K.S. Iyengar riconosce nella simultaneità di presenza, consapevolezza e devozione.

 

Il frutto: samādhi

Per poterne cogliere il frutto, l’Albero dello Yoga va curato in tutti i suoi componenti. Così, il coronamento di questi processi interni all’āsana conduce, nel loro focalizzarsi, al raggiungimento del samādhi: la visione dell’anima, lo stato in cui la coscienza individuale si dissolve nella coscienza universale. È la realizzazione di ciò che Patañjali descrive come “l’arresto dei moti della mente” (citta-vṛtti-nirodhaḥ, YS, I.2, trad. Squarcini). Iyengar spiega che il samādhi non è una fuga dal corpo o dal mondo, ma il momento in cui l’attenzione diventa così pura e stabile da rivelare la realtà senza deformazioni. Il corpo, il respiro e la mente non sono più solo strumenti di ricerca, ma trasparenti veicoli attraverso i quali si manifesta la luce della coscienza.

Durante la pratica dell’āsana, questo stato accade in forma germinale: quando ogni azione nasce dalla quiete e si dissolve nella quiete, quando il respiro non è più volontario ma accade spontaneamente, quando la mente non impone ma osserva, allora l’āsana diventa meditazione in movimento. Iyengar scrive che “in samādhi non c’è più il soggetto che pratica né l’oggetto della pratica: esiste solo la consapevolezza pura”. In questa condizione di totale assorbimento, il praticante non si identifica più con le sensazioni o con la memoria, ma vive pienamente nel presente. Ogni cellula vibra all’unisono con la mente e con il respiro, in un’esperienza di silenzio, unità e libertà interiore.

È lo stato in cui la pratica stessa diventa preghiera, e la distinzione tra il sé e il Sé si dissolve. Come afferma Guruji, quando il corpo, il respiro e la mente si uniscono, la pratica diventa spirituale; quando la pratica diventa spirituale, si manifesta la grazia. In samādhi, la grazia non è qualcosa che si riceve, ma ciò che emerge naturalmente quando tutte le parti dell’essere si armonizzano e risplendono della stessa luce.

 

Coltivare l’albero interiore

Nell’āsana si riflette l’intero albero dello yoga. Radici, tronco, rami, foglie, fiori e frutti sono aspetti di un’unica vita interiore. La pratica quotidiana, nella prospettiva di Iyengar, non mira a una progressione lineare ma a una comprensione simultanea: ogni postura racchiude in sé il principio etico, la disciplina, la concentrazione e la grazia.

In questo senso, la pratica dello yoga diventa una via ascetica vissuta nella concretezza del corpo: la continenza, la consapevolezza e la dedizione non sono ideali remoti ma atti quotidiani di cura e di attenzione. Il corpo si fa tempio, il respiro preghiera, la mente spazio di silenzio.

L’Albero dello Yoga cresce dunque tra cielo e terra: nutrito dalla materia ma orientato alla luce del principio. Come l’aśvattha della Bhagavadgītā, ha le radici nella dimensione trascendente e i rami nella vita del mondo. Coltivarlo significa armonizzare ciò che è visibile con ciò che è eterno, lasciando che l’etica diventi stabilità, la stabilità concentrazione e la concentrazione visione.

Così, nell’incontro fra la tradizione antica e la pratica contemporanea, lo yoga di Iyengar rivela la sua vera natura: coltivare l’albero interiore che unisce la terra del corpo al cielo della consapevolezza. È ciò che Patañjali descrive come “il dimorare del veggente nella propria natura” (tadā draṣṭuḥ svarūpe’vasthānam, YS, I.3, trad. Squarcini): la visione limpida del Sé che risplende nella quiete della mente.

 

 

Bibliografia

E.F. Bryant, Gli Yoga-Sūtra di Patañjali. Edizione italiana a cura di Gabriella Giubilaro, Mediterranee, Roma, 2019.B.K.S. Iyengar, L’Albero dello Yoga, Ubaldini, Roma, 1989.

B.K.S. Iyengar, Gli antichi insegnamenti dello Yoga. I Sūtra del grande maestro Patañjali, trad. e cura di Gabriella Giubilaro, Edizioni Mediterranee, Roma, 1997.

B.K.S. Iyengar, Teoria e pratica dello Yoga, Edizioni Mediterranee, Roma, 2003.

Patañjali, Yogasutra, a cura e traduzione di Federico Squarcini, Einaudi, Torino, 2019.

Bhagavadgītā, trad. di R. Gnoli, Adelphi, Milano.1991.

G. Feuerstein, The Yoga-Sūtra of Patañjali. A new Translation and Commentary, Inner Traditions, 1989.

 

Riferimenti immagini:

Archivio AIYI

 


 

© Associazione Iyengar Yoga Italia (AIYI), febbraio 2026

Via Leonardo Fibonacci 27 50131 Firenze

Tel/Fax 055 674426

info@iyengaryoga.it

 

Segreteria

contatta la segreteria tramite email: info@iyengaryoga.it o telefonicamente allo 055 674426
Consulta orari

PODCAST

Puntate dedicate agli scritti di B.K.S. Iyengar, di altri autori e approfondimenti riguardanti la pratica e la filosofia.
Ascolta il podcast

Sadhana BLOG

Articoli, approfondimenti, risultati di ricerche
Scopri di più

BLOG Online Education - Prashant Iyengar

Classi su Youtube, sinossi della lezione, trascrizione e traduzione in italiano.
Scopri di più

Seminari e Lezioni IYENGAR® Yoga

Seminari e lezioni di insegnanti certificati
Guarda tutti

Il Metodo IYENGAR® Yoga

Prende il nome dal maestro B.K.S. Iyengar che, in oltre novant'anni di dedizione allo Yoga, ha approfondito lo studio e gli effetti degli Asana e del Pranayama.
Scopri di più

Cerca insegnanti IYENGAR® Yoga

Cerca l'insegnante certificato IYENGAR® Yoga più vicino a te
Cerca un insegnante

Elenco Insegnanti IYENGAR®Yoga

Consulta l'elenco degli insegnanti certificati IYENGAR® Yoga
Consulta elenco

Password dimenticata?

Se sei già iscritto inserisci il tuo indirizzo email per impostare una nuova password di accesso!
Imposta nuova password

Conto Bancario AIYI APS

Associazione Iyengar Yoga Italia (AIYI) APS Numero c/c : 213200000024 Banca: BANCO BPM S.P.A. IBAN: IT52C0503402807000000000024 SWIFT: BAPPIT21N32
Scopri di più

News per insegnanti

Sei un insegnante? Ci sono novità per te! Accedi all'area riservata per scoprirle
Accedi