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Sadhana - Filosofia

07/10/2023             
 

La pratica del prāṇāyāma nell' Haṭha Yoga Pradīpikā

di Carmen Calabrese
 


 

Yoga vidyā, la conoscenza dello yoga, era tradizionalmente tenuta segreta. Questa segretezza aveva un duplice scopo: proteggere la santità della conoscenza dalla mente profana e proteggere la mente profana dal potere di questa conoscenza. Lo yoga così è sempre stato insegnato "dalla bocca del guru all'orecchio dello studente".

Haṭha Yoga Pradīpikā, scritto da Svātmārāma Suri, è uno dei più importanti testi scritti esistenti con istruzioni alle pratiche dello haṭha yoga e rāja yoga; non vuole essere soltanto un manuale di istruzioni, ma una raccolta per ordinare la conoscenza e metterla in pratica. Svātmārāma Suri dava per scontato che le istruzioni del suo testo sarebbero state seguite sotto la guida di un guru. Infatti spesso mette in guardia: "Queste pratiche dovrebbero essere tenute segrete"... e “Queste tecniche dovrebbero essere praticate solo sotto la guida di un guru”.

Il testo affonda le sue radici nello shivaismo medievale del Kashmir ed appartiene alla tradizione tantrica; vuole essere una “luce” (pradīpikā) che non esclude nulla: ogni cosa concorre alla celebrazione di una esistenza in cui la mente razionale cede il posto all’attenzione consapevole e alla capacità intuitiva. Il tratto peculiare è lo spiccato "non dualismo", che permette al praticante di entrare in contatto con una forma sconfinata di energia, fisica e spirituale, grazie a specifici rituali.

Al tempo di Svātmārāma, lo haṭha teneva conto sia della conoscenza propria dello yoga, che di quella inerente l’āyurveda, la medicina tradizionale. L’interscambio tra le due era intenso, profondo e soprattutto naturale, la risultante era una conoscenza immensa e articolata il cui fine è lo sviluppo delle capacità latenti, ovvero il rāja yoga o sāmadhi.
 

Il prāṇāyāma

“Lo yogi che ha raggiunto la perfezione negli āsana deve praticare il prāṇāyāma secondo i consigli del guru mantenendo i sensi sotto controllo e una dieta nutriente e moderata” (HYP, II. 1).

Comincia così la seconda lezione di Haṭhapradīpikā, come secondo ānga per il raggiungimento del Sè, attraverso la purificazione delle nāḍī e il controllo del respiro, dopo aver preparato il corpo fisico con la pratica degli āsana. L'autocontrollo e l'autodisciplina iniziano dal corpo prima ancora che dalla mente, anche per questo Svātmārāma non pone yama e niyama come primi due stadi dello yoga, questi sono integrati nella pratica stessa. Tuttavia, Svātmārāma parla di non violenza, veridicità, non avarizia, continenza, tolleranza, fortezza, fede, carità, adorazione di Dio, studio delle scritture spirituali, modestia ecc. e yama e niyama sono menzionate tra le tecniche di āsana, prāṇāyāma, bandha, mudrā e ṣaṭkarma (BKS Iyengar, Introduction Swami Svātmārāma,1992).
 

Il soffio vitale vāyu, vāta

Haṭhapradīpikā illustra le tecniche della “disciplina del soffio”. L’analisi tocca vari livelli, letterale simbolico, esoterico e spirituale, e mira ad evidenziare non solo i benefici psico-fisici, ma anche a indurre una profonda comprensione interiore.


 

“Quando il respiro, vāta, è irregolare, instabile, la mente è instabile, quando il respiro è stabile la mente è stabile e lo yogi raggiunge la stasi; per questo è necessario controllare, trattenere vāyu” (HYP, II. 2).

Vāyu, vāta e prāṇa sono sinonimi. L’universo è composto da prāṇa e manas, due energie che devono essere armonizzate e che sono rappresentate nel corpo fisico da iḍā e piṅgalā. Queste due energie, mutevoli per natura, devono essere portate alla stabilità. Nel Ṛgveda il termine vāyu viene usato per lo più per indicare il vento, inteso propriamente come elemento naturale, mentre vāta, termine successivamente utilizzato dall'āyurveda, designa la divinità che ad esso presiede.

Il termine prāṇa significa soffio, il che lascia intendere il legame che già a partire dal periodo vedico si era stabilito tra l'energia vitale e il respiro. Il prāṇa è il respiro dell'universo e l'aria che fa vivere l'essere umano. C'è dunque un legame immediato tra energia vitale e respiro, tra prāṇa e aria (vāyu). Questo rapporto è esplicitamente espresso dagli antichi testi vedici, primi fra tutti il Ṛgveda e le Upaniṣad, dove il concetto di vāyu trova il suo fondamento.

“Finchè vāyu è in movimento vi è vita, quando cessa di muoversi è la morte, per questo vāyu deve essere tenuto sotto controllo” (HYP, II. 3).

Vāyu è per eccellenza un principio dinamico, un'energia incessante che “non riposa, né dorme”; in effetti il vento esiste solo se si muove, la sua essenza, la sua percepibilità e i suoi effetti dipendono totalmente dal suo dinamismo. Vāyu muove in tutte le direzioni se stesso e tutto ciò che incontra. Il vento, così come gli altri quattro elementi (terra, acqua, fuoco e spazio), è realtà materiale e, al tempo stesso, simbolo dello Spirito, messaggero degli Dei, che dispensa l'energia vitale e ispira l'esistenza, nel suo significato etimologico, di portare lo spirito “dentro” (in) di essa.

In altre parole, per il mondo vedico, il vento, l'aria, è l'involucro fisico del prāṇā e il simbolo stesso di ātman, il Sé spirituale. Qualunque interazione con il vento esterno o con i “venti” (cioè le forze dinamiche) interni del corpo è interazione con l'energia vitale e il soggetto trascendente che la guida.
Poiché l'aria è l'involucro del prāṇa, lo strumento per riequilibrare i vāyu è il prāṇāyamā.

I vāyu sono 10, ma i più importanti sono: prāṇa, samāna, apāna, udāna e vyāna; quando questi cinque vāyu sono in armonia, portano salute e vitalità al corpo e alla mente.

Il percorso evolutivo che porta alla consapevolezza dall'io individuale al Sé universale, trova inoltre la sua espressione energetica nella teoria dei kośa descritta nella Taittirīya Upaniṣad (II, 1-5) secondo cui esistono cinque strati concentrici, involucri energetici, che avvolgono il nucleo spirituale dell'essere incarnato. Come un viaggio nell'interiorità che muove dal corpo fisico allo spirito, lo strato più esterno è legato al cibo ed il più interno è costituito dal puro livello di coscienza che conduce al Sé spirituale e all'ātman.

“Quando le nāḍī sono piene di impurità, māruta (prāṇa) non passa nel sentiero di mezzo. Allora non è possibile raggiungere lo stato di unmanī (oltre la mente) né si può riuscire nel proprio intento” (HYP, II. 4).

Le nāḍī sono i sottili canali per cui fluisce la forza vitale del prāṇa (māruta). Nei testi antichi è scritto che ci sono 72.000 nāḍī. Le nāḍī principali sono tre: iḍā, pingalā e suṣumṇā. Tutte le nāḍī sono subordinate a suṣumṇā, che corre entro il midollo spinale dal coccige al centro della testa e costituisce il condotto pranico entro cui si innestano i sette chakra. Iḍā e pingalā corrono rispettivamente alla sinistra e alla destra di suṣumṇā e sono percorse dalle due opposte polarità del prāṇa individuale. Iḍā corre dalla parte sinistra dei genitali fino alla narice sinistra ed è conduttrice dell’energia mentale, lunare, femminile, notturna, fredda, silenziosa (manas ṣakti), mentre pingalā corre dalla parte destra dei genitali alla narice destra ed è conduttrice di energia vitale, solare, maschile, diurna, calda, estroversa (prāṇa ṣakti). Suṣumṇā è normalmente assopita e si risveglia solo quando iḍā e pingalā sono perfettamente equilibrate, e in essa può scorrere l’energia spirituale (kuṇḍalinī ṣakti).

Lo yogi diviene capace di regolare il prāṇā solamente nel momento in cui tutte le nāḍī vengono purificate (HYP, II. 5). Perciò si deve praticare regolarmente il prāṇāyāmā con mente pura, sattvika (HYP, II. 6). I vāyu non entrano in una nāḍī piena di impurità; maruta, sinonimo di prāṇā, figlio del vento, aria, non scorre quindi lungo suṣumṇā nāḍī, e dunque non si può raggiungere lo stato di unmanī, lo stato mentale indifferenziato, che permette di ricevere i siddhi, i poteri.

 

La purificazione delle nāḍī


 

Svātmārāma prosegue con la descrizione di nāḍī śodhana prāṇāyāma, la respirazione a narici alternate.
Questa descrizione è stata rivista da BKS Iyengar, che ha spiegato come il termine nāḍī śodhana significhi purificazione dei nervi o delle nāḍī. Una lieve ostruzione nel sistema nervoso può causare gravi disagi o addirittura paralizzare un arto o un organo. Sebbene tutti i testi yoga descrivano i vari tipi di prāṇāyāma, nessuno menziona il nome di nāḍī śodhana, il prāṇāyāma che combina le tecniche dell’espirazione (rechaka) come nell'anuloma e dell'inspirazione (puraka) come nel pratiloma, tra sūrya bhedana e chandra bhedana, e serve a conquistare il segreto dell'azione equilibrata, la pace, la posatezza e l'armonia. Secondo Iyengar, nāḍī śodhana prāṇāyāma, affinato al suo livello più sottile, porta il sādhaka all'io più interiore, conducendo dapprima a dhāraṇa e quindi a dhyāna (Iyengar, 1984, pp.261-263)

“Lo yogi, assunta la posizione di padmāsana deve inspirare, puraka, dalla luna (la narice sinistra) e, dopo aver trattenuto il respiro per quanto può, deve espirare, rechaka, dal sole (la narice destra)” (HYP, II. 7).

Se si parla di padmāsana, la posizione già descritta nel pāda precedente, questo non avviene a caso, il bilanciamento tra la colonna vertebrale, gli ischi, la testa e le gambe, l'equilibrio energetico e posturale, non si ottengono con altre posizioni, come ogni praticante di Iyengar Yoga può verificare dalla sua esperienza.

“L'aria è inspirata da iḍā (la narice sinistra), dopo averla trattenuta deve essere espirata dall'altra narice. Quando si è inspirato da piṅgalā (la narice destra), dopo aver trattenuto l'aria, si espira dalla narice sinistra. I nāḍī degli yamin (coloro che praticano regolarmente), che praticano la respirazione alternata dalla narice destra e sinistra, vengono purificati in tre mesi” (HYP, II. 10).

L'arte di trattenere il respiro è essenziale nello sviluppo del prāṇāyāma e dipende dalla purezza delle nāḍī e non solo dalla capacità dei polmoni. Il respiro diventa corto quando l'aria trattenuta nei polmoni ha perso la sua vitalità, il suo prāṇā. Se le nāḍī sono impure, allora il flusso del prāṇa è ostacolato nel rigenerarsi e il respiro diventa stantio come una bevanda gassata quando ha perso l'effervescenza. Se il sentiero nelle nāḍī è puro, tuttavia, il flusso del prāṇa può mantenere il respiro "vivo" più a lungo (Haṭhayogapradīpikā, Commentary by Hans Ulrich Ricker 1992, p.47)

Nei sūtra seguenti si trovano indicazioni sui tempi in cui le nāḍī vengono purificate: l’autore non ha dubbi a riguardo. Si può immaginare che si riferisca ad un praticante interamente dedicato alla via dello yoga. Il padroneggiamento del prāṇāyāma consente di raggiungere la perfezione, di godere dei doni, siddhi, sia fisici che spirituali. I segni esteriori di una pratica efficace sono magrezza e bellezza.
Grazie alla purificazione delle nāḍī si può trattenere il respiro a proprio piacimento, il fuoco gastrico è più attivo, si palesano i suoni interiori e si gode di una salute perfetta (HYP, II. 20).

Il fuoco gastrico, che risiede nel chakra maṇipūra, all'altezza dello stomaco, viene attivato dal prāṇāyāma; si è quindi in grado di bruciare gli alimenti più facilmente, da cui la perdita di peso, e soprattutto di bruciare le impurità che impediscono all'energia di viaggiare verso i chakra più elevati. Manifestazione di questo ricongiungimento è il poter sentire, durante gli stati meditativi, il suono senza suono, il suono sacro o nāda, come spiegherà meglio nel quarto pāda.

 

Ṣaṭkarma


 

Per i praticanti non ancora pronti, nell' Haṭha Yoga Pradīpikā ci sono indicazioni legate alla purificazione del corpo, cioè alla pulizia del complesso psico-fisico.

“Quando si ha un eccesso di grasso o di flemma, bisogna fare ricorso ai sei procedimenti di purificazione” (HYP, II. 21).

Prima di praticare il prāṇāyāma, può essere necessario ricorrere a questi procedimenti. Chi è esente da disturbi non ne ha bisogno, essendo i doṣa, i tre umori equilibrati. aṭkarma, letteralmente, le sei azioni, sono: dhautī, basti, netī, trāṭaka, naulī, kapālabhātī, (HYP, II. 22). Si tratta del metodo āyurvedico utilizzato per l’eliminazione delle tossine dal corpo grossolano. La Scienza medica antica considera la costituzione umana attraverso i doṣa (kapha, vāta, pitta), che definiscono l’unicità di ogni individuo, sulla base dei cinque elementi, di cui sono composti tutti gli esseri non viventi e viventi al momento della nascita: Etere, Aria, Fuoco, Acqua e Terra. Ognuna di queste “tipologie costituzionali” governa organi e sistemi del nostro corpo, ogni costituzione avrà quindi una predisposizione a manifestare determinate carenze o eccessi.

Le tre impurità sono muco, gas e acidità; purificando il nostro corpo da questi scarti attraverso le sei pratiche di purificazione si ottiene la perfetta salute (HYP, II. 36). Resta inteso che la purificazione attraverso la pratica del prāṇāyāma, appartiene alla forma superiore dello yoga. Infatti altri maestri (acharya) non contemplano questi metodi in quanto il progresso nella pratica e la purificazione vanno di pari passo (HYP, II. 37).


Kumbhaka

Dopo aver descritto l'importanza e le tecniche generali per la purificazione delle nāḍī attraverso nāḍī śodhana prāṇāyāma e gli ṣaṭkarma, spiega gli otto kumbhaka: sūrya bhedana, ujjāyi, itkārī, sitalī, bhastrikā, bhramarī, murcchā e plāvinī. (HYP, II. 44). Svātmārāma usa la parola kumbhaka per descrivere il prāṇāyāma. Secondo gli Yoga Sūtra di Patañjali, il prāṇāyāma non è solo controllo del respiro, ma il controllo delle pause, con la cessazione dell’inspirazione e dell'espirazione, chiamate kumbhaka. La parola kumbhaka deriva da kumbha che significa vaso, vuoto o pieno. Il primo è antara kumbhaka, o trattenimento interno a polmoni pieni, il secondo bāhya kumbhaka o trattenimento esterno a polmoni vuoti.
Il kumbhaka dopo rechaka o puraka (inspirazione o espirazione) prende il nome di saitha (HYP, II. 72), mentre kevala kumbhaka è trattenimento del respiro, dove il respiro cessa spontaneamente, senza alcuna pratica o sforzo fisico (HYP, II. 73). La parola kevala o kaivalya può essere tradotta in modi differenti, completo distacco dalla materia, o, in ultima analisi “ciò che si trova oltre la dualità”. La ritenzione del respiro provoca dunque la liberazione di energia prāṇā nel corpo, ripartita in modo equilibrato in tutto l’organismo.
Le fasi della respirazione quindi sono: rechaka, espirazione, la fase più importante; kumbhaka, vuoto o bāhya; puraka, inspirazione, la cui efficacia dipende dalla prima fase; kumbhaka, pieno o antara. Dalla modificazione di ciascuna di queste fasi nascono le varie tecniche di prāṇāyāma.

Per far sì che questo processo avvenga con successo è indispensabile l'uso dei bandha, che significa, legare, fissare, chiudere appunto bloccare. Al termine di puraka si deve eseguire jālandhara bandha. Al termine di antara kumbhaka, quando ha inizio recaka, si deve eseguire uḍḍīyana bandha (HYP, II, 45). La prima parte della pratica (inspirazione e jālandhara bandha) riguarda la metà superiore della colonna vertebrale, la "luna"; la seconda parte (espirazione e uḍḍīyana bandha) coinvolge il "sole" al centro del corpo (plesso solare).

Ma qualcos'altro viene aggiunto, come dice lo śloka successivo. Quando allo stesso tempo la gola è contratta e si pratica mūla-bandha, il respiro fluisce attraverso il suṣumṇā, spinto dalla pressione esercitata dalla regione dell'ombelico, al momento dell’espirazione (HYP, II. 46). Forzando apāna verso l'alto e spingendo il prāṇa giù dalla gola, lo yogi diventa un giovane di 16 anni ed è per sempre libero dalla vecchiaia (HYP, II. 47). O, più modestamente, chi riesce a riunire le due principali correnti del corpo, eliminerà le cause della vecchiaia prematura. La più significativa di queste cause è l’incapacità di utilizzare i poteri rigenerativi naturali. Qui si combinano due correnti che si completano a vicenda; prāṇa e apāna si annodano nell'area dell'ombelico, creando un aggregato che dona forza giovanile allo yogi. Questo è il primo passo nel rāja yoga.

Attraverso kumbhaka, la kuṇḍalinī viene risvegliata e quindi il suṣumṇā è libero da tutti gli ostacoli; ma senza haṭha yoga non può esserci rāja yoga e viceversa. Entrambi dovrebbero essere praticati fino al perfezionamento del rāja yoga (HYP, II. 75 e 76). Alla fine di kumbhaka la mente spontaneamente si ritrae dagli oggetti. Facendo questo regolarmente si raggiunge il raja yoga (HYP, II. 77). I segni di perfezione nell' haṭha yoga sono: un corpo agile, parole armoniose, percezione del suono interiore (nāda), occhi limpidi, salute, flusso seminale controllato, fuoco gastrico aumentato e purezza dei nāḍī (HYP, II. 78).

Finisce qui la seconda lezione dell'Haṭhapradīpikā il cui titolo è 'La pratica del prāṇāyāma' scritto da Svātmārāma, illustre discendente di Sahajānanda.


 

Bibliografia

 

Abhinavagupta, Luce dei Tantra, Tantraloka, a cura di R. Gnoli, Adelphi, 1999.

F. Basalisco, Consapevolezza e Ayurveda, Manuale di Medicina Ayurvedica, Bioguida, 2016.

M. S. G. Dyczkowski, A Journey in the World of the Tantras, Indica Books 2004, New Delhi.

BKS Iyengar, Teoria e pratica del prāṇāyāmā, Roma, Mediterranee, 1984.

H. C. Puech (a cura di), Storia del Buddhismo, Mondadori 1999.

S. Radhakrishnan, La filosofia indiana, vol II, Āśram Vidyā, Roma 1998.

A. Sanderson, Maņdala and Āgamic Identity in the Trika of Kashmir, in Mantras et Diagrammes rituals dans l’Hinduisme, Editions du CNRS, Paris 1986

Swami Svātmārāma, Haṭhayogapradīpikā, Commentary by Hans Ulrich Ricker, Introduction by BKS Iyengar, Aquarium Press, 1992.

Svātmārāma, Haṭhapradīpikā, la luce dell'Hathayoga, a cura di Domenico Di Marzo, Libreria Editrice Psiche, 2012.

Yogi Svātmārāma, Haṭha Yoga Pradīpikā, Sanskrit text with English Translation and Notes, Translated by Pancham Sinh (http://sacredtexts.com)

Svātmārāma, La lucerna dello Haṭha Yoga (Haṭha Yoga Pradīpikā), a cura di Giuseppe Spera, Torino, Magnanelli, 1990.

 

Referenze immagini

Wikipedia; https://franpritchett.com; British Museum licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial-ShareAlike 4.0 International (CC BY-NC-SA 4.0).


 


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