18/07/2026

Oṁ namo bhagavate Vāsudevāya;
Mi inchino a Dio Vāsudeva (Kṛṣṇa).
Samaṁ kāya-śiro-grīvaṁ dhārayann acalaṁ sthiraḥ
samprekṣya nāsikāgraṁ svaṁ diśaś cānavalokayan
praśāntātmā vigata-bhīr brahmacāri-vrate sthitaḥ
manaḥ saṁyamya mac-citto yukta āsīta mat-paraḥ
Con il corpo, il collo e la testa in posizione eretta deve fissare lo sguardo sull’estremità del naso.
Libero dalla paura e fisso nel voto di continenza, la mente quieta e controllata, deve meditare su di Me nel cuore e fare di Me il traguardo dell’esistenza (BG, VI, 13-14).
Heyaṃ duḥkham anāgatam
La sofferenza che è ancora da manifestarsi deve essere evitata (YS, II, 16).
“…l’albero dello yoga, yoga-vṛkṣa, ci porta con la sua pratica attraverso i vari strati del nostro essere, fino a farci vivere e provare l’ambrosia del suo frutto, che consiste nella visione dell’anima”.
(B.K.S. Iyengar)
Definizione di āsana, dal generale al particolare
Il termine sanscrito di āsana deriva dalla radice verbale ās, sedere, stare; indica una posizione seduta, il fermarsi, una sedia, uno sgabello, un seggio, oppure il mantenere una posizione contro un nemico; i principali significati attribuiti rimandano all’elemento della stabilità, in modo da includere e sottintendere l’essere a proprio agio e in tranquillità.
“Āsana è uno stato in cui si organizza e si assume una posizione o forma particolare, per ottenere una configurazione corretta con studio (svādhyāya). Posizionare il corpo per assumere una posa implica un’azione, riposizionarsi implica un’azione riflessiva. Perciò dopo l’azione si deve osservare, ripensare e riflettere sulle parti del corpo che lavorano e quelle che non lavorano. Allo stesso modo si deve osservare quali parti del corpo la mente riesce a penetrare e quali no. Di nuovo, bisogna osservare e percepire, insieme all’estensione, espansione e contrazione del corpo, se la mente e l’intelligenza occupano contemporaneamente e in modo uniforme tutto il corpo durante tali movimenti. Questo è il riposizionamento riflessivo” (B.K.S. Iyengar, in Aṣṭadaḷa Yogamālā, 7, pp. 101-102).
La disciplina yoga si compone di otto aṇga, parti o fasi (yama, niyama, āsana, prāṇāyāma, dhāraṇā, dhyāna, samādhi) secondo la dottrina filosofica, yoga darśana, di Patañjali, esposta nei suoi Yogasūtra, e anche secondo il meno noto testo Yoga Yājnavalkya (ca. IV sec. d.C.); in alcune trattazioni successive viene suddiviso in sei parti (non vengono citati yama e niyama). Tuttavia oggi è divenuta consuetudine concepire e presentare lo yoga soprattutto come la pratica fisica delle posture, āsana, che, nelle fonti da cui ancora oggi lo yoga trae la sua autorevolezza e riconoscibilità, sono una fase o una parte del percorso indicato.
Per meglio comprendere il campo semantico e il significato profondo di ciò che rappresenta questo termine, āsana è quindi opportuno risalire ai testi fondamentali e tradizionali dello yoga.
Patañjali, il grande saggio vedico che ha per primo sistematizzato le conoscenze sullo yoga, dedica tre sūtra del suo trattato, yogasūtra, alla descrizione del terzo aṅga (parte, capitolo) dello yoga, ossia l’āsana appunto; più precisamente i sūtra dal 46 al 48 del sādhana pāda:
sthira-sukham āsanam
la posizione dovrebbe essere stabile e confortevole
prayatna-śaithiliyānanta-samapattibhyām
[La posizione dovrebbe essere realizzata] con il rilassamento dello sforzo e l’assorbimento nell’infinito
tato dvandvānabhighātaḥ
In questo modo, non si è afflitti delle dualità degli opposti (Bryant, pp.258-262).
In questi pochi sūtra non vengono forniti dettagli fisici o anatomici per l’esecuzione degli āsana, il testo e i suoi numerosi commentari espongono in dettaglio la psicologia dello yoga e le tecniche di meditazione ed è forse per questo che lo yoga di Patañjali è anche denominato raja yoga, il “re” o la più alta delle pratiche yoga. Supplisce il commento Vyāsa agli Yogasūtra:
“Le Restrizioni e le Osservanze sono state descritte con le loro perfezioni. (Ora), descriveremo le posture e il resto (altre parti componenti lo yoga). Qui, la postura è stabile e confortevole. Qui di seguito sono elencate: Padmāsana, Vīrāsana, Bhadrāsana, Svastika, Daṇdāsana, Sopāśraya, Paryaṅka, Kraunca-niṣadana, Hasti-niṣadana, Uṣtra-niṣadana, Samasthāna, Sthira-sukha, Yathā-sukha, etc.’’ (YS, II.46, commento Vyasa; Bryant, pp. 259-260).
In testi di datazione via via più recente si hanno riferimenti a un sempre più ampio numero di āsana con descrizioni anche dettagliate, per esemplificarne l’esecuzione, e dei benefici specificamente attribuiti a ciascuna di esse.
Commentando il cap. 3 dello Yoga Yājnavalkya Mohan osserva:
“Differenti āsana sono citati nei testi sanscriti classici dello yoga. Per esempio, la Dhyānabindu Upaniṣad dice che ci sono tanti āsana quante sono le varietà di esseri viventi. L’ Haṭhayogapradīpikā (I.33) dice che gli āsana esposti da Śiva sono 84 di numero. Il Gheraṇḍa Samhitā (II.1) dice che gli āsana sono tanti quanti sono le varietà degli esseri creati. In accordo agli insegnamenti del Signore Śiva, il numero totale degli yogāsana è di 8,4 milioni (ottomilioniquattrocentomila). La Śiva Samhitā (III.84) dice che ci sono 84 āsana di diversi tipi; dopo averne scelte 4 io li elenco… Gli stessi āsana possono essere descritti sotto differenti nomi nei testi citati” (A.G. Mohan, Yoga Yājnavalkya, p.26).

A scuola da Krishnamacharya, maestro di B.K.S. Iyengar
Passando ora a considerare il nostro lignaggio, guru paramparā, vorrei ricordare qui il Guru Maharaja Śriman T. Krishnamacharya, di Mysore, allievo dello yogi Ramamohana Brahmachari del Tibet, e maestro diretto, per tre anni, di Gurujī B.K.S. Iyengar (e di Indra Devi, Desikachar, Pattabhi Jois, Mohan, etc..), che nel 1934 diede alle stampe la prima moderna guida pratica sulle tecniche yoga, dal titolo Yoga Makaranda, nella quale troviamo tra l’altro un elenco dettagliato di molti āsana descritti nella loro esecuzione punto per punto secondo la tecnica dei vinyāsa (sistemazione, disposizione o ordine) e con molte foto, sue o di suoi allievi, per visualizzarle e agevolarne così l’esecuzione.
B.K.S. Iyengar dedica il suo Teoria e pratica dello yoga a Krishnamacharya: “Al venerabile Gurujī; Sāmakya-yoga-Śikhāmaṇi; Veda-kesari; Vedāntavāgiśa; Nyāyāchārya; Mīmāmsa-ratna; Mīmāmsa-thirtha; Professore, Śriman, Ṭ Krishnamacharya di Mysore”. Questa messe di titoli accademici ricordano l’altissimo livello delle conoscenze tradizionali vediche del Maestro, la cui validità è stata ulteriormente provata dai successi internazionali nella diffusione dello yoga riconosciuti ai suoi allievi più brillanti.
Dalla lettura di altri testi e interviste ho compreso che le conoscenze dello yoga di Krishnamacharya erano vastissime e radicate nella tradizione e nelle pratiche di vita e i suoi insegnamenti venivano adattate alle specifiche richieste o esigenze dei suoi allievi; sarebbe quindi molto riduttivo pensare che egli abbia voluto lasciarci in eredità la disciplina dello yoga intesa come pura attività fisica, da questo punto di vista equiparabile alla nostra ginnastica. A questo proposito, lo stesso Krishnamacharya nell’introduzione di Yoga Makaranda scrive:
“…il metodo dello yoga non dona soltanto conoscenza del mondo esterno, ma anche la conoscenza del Sé, mentre gli altri metodi donano soltanto il primo tipo di conoscenza. Inoltre, molte forme occidentali di educazione fisica e di sport non sono affatto in contrasto con la scienza dello yoga. Benché io non sappia nulla di come venissero praticate in passato, so da alcune persone che hanno viaggiato in Occidente che questi esercizi presentano alcune somiglianze con lo yoga o addirittura derivano da esso. Perciò, solo una mente temprata dallo yoga può divenire adatta a ottenere la conoscenza pura (pariśuddha-jnāna), mentre le pratiche puramente intellettuali che implicano una semplice discussione logica (tarka) non costituiscono il metodo di realizzazione dello yoga (yoga-sādhanā). I trattati (śastra) affermano infatti che l’unico metodo valido di realizzazione dello yoga è l’esercizio (abhyāsa) e ciò è in accordo con la tradizione rivelata (śruti), l’inferenza (yukti) e l’esperienza (anubhava); i Veda dicono che la vera conoscenza, impossibile da ottenere con la semplice lettura e lo studio, può solo essere rivelata...ognuno di noi ha bisogno dello yoga come mezzo di realizzazione spirituale” (Krishnamacharya, p. 30).
Consiglio, a coloro che volessero ulteriormente approfondire l’argomento, la lettura della biografia: Krishnamacharya, his life and teachings di A.G. Mohan.
Come il suo maestro, anche Guruji Yogācārya B.K.S. Iyengar ha dedicato tutta la sua vita alla pratica, studio, descrizione e diffusione della conoscenza dello yoga, in particolare degli āsana; vale la pena qui ricordare che il suo primo libro Light on yoga edito per la prima volta nel 1966, è opera sempre attuale e unica per completezza, riportando la descrizione dettagliata di 200 āsana, istruzioni chiare per l’esecuzione passo dopo passo, foto delle varie fasi, i passaggi necessari per la realizzazione e i benefici che si ottengono con la pratica.
Guruji, i suoi figli Geetaji e Prashantji ci hanno lasciato un patrimonio di conoscenze, loro e i loro discepoli continuano a produrre una mole notevolissima di libri, documenti scritti, registrazioni audio e video a cui è possibile attingere per approfondire lo yoga; comunicando la filosofia yoga soprattutto attraverso la pratica degli āsana. Si può ben affermare che sotto molti punti di vista il contributo di Guruji e della sua scuola alla riscoperta delle millenarie tecniche yoga, in India e nel resto del mondo, sia stato innovativo, originale ed è tutt’oggi in continua evoluzione.
Di fronte a questa quantità immensa di fonti documentali, di cui abbiamo citato appena una piccola, infinitesimale frazione, resta fondamentale, come lo è sempre stato nella tradizione yoga, la guida di un insegnante esperto, di un maestro o in termini tradizionali di un guru, che avendo fatto esperienza nel cammino dello yoga (secondo la stessa tradizione) ci può istruire e guidare in questo difficile e appassionante percorso di realizzazione personale e spirituale.

Āsana per pochi e āsana per tutti: metodi e obbiettivi
Se guardiamo ai testi tradizionali nel loro contesto, si desume che essi fossero rivolti ad un gruppo di persone molto specifico, i brāhmana, la prima divisione sociale, sacerdoti, asceti, insegnanti e intellettuali.
‘‘E’importante tenere presente che il Pātañjalayogaśāstra prescrive e descrive un metodo per ottenere la liberazione dalla sofferenza del ciclo delle rinascite, rivolto esclusivamente ai bramini maschi che avevano rinunciato alla vita familiare e sociale…’’ (Maas, 2018, p. 54).
Krishnamacharya la pensava diversamente, riflettendo sulla vera natura della filosofia yoga con un pensiero che appare moderno ma che trova il suo radicamento nella profonda, vera conoscenza tradizionale e nella costante e ininterrotta pratica quotidiana: ‘‘Chi sostiene che lo yoga è riservato soltanto agli uomini e non alle donne, o chi afferma che può essere praticato solo dai brāhmaṇa, dagli kṣatriya, dai vaiśya, ma non dagli śudra, dimostra di non averlo studiato seriamente’’ (Krishnamacharya, 2014, p.47).
Oggi queste pratiche sono universalmente proposte per il progresso degli esseri umani e molte informazioni sono disponibili per tutti.
Come è stato fatto notare anche dai nostri guru questa grande diffusione non sempre ha giovato allo yoga, alla sua corretta presentazione e conoscenza (cfr ad esempio, P. Iyengar, p.6).
Ma quali sono le principali motivazioni per avvicinarsi oggi a questa antica disciplina? Nei millenni, si sono evidentemente modificate. Come e in quale misura?
Ora, tenuto conto di quanto detto in premessa a riguardo dell’identificazione della pratica degli āsana intesa tout court come yoga, una delle principali motivazioni emergenti, rimasta si può dire invariata nel tempo, sia nei testi antichi sia nel quotidiano dialogo con allievi e praticanti, è l’ottenimento della salute, del benessere fisico quale prerequisito alla meditazione.
“Gli āsana donano fermezza, salute e leggerezza al corpo” (B.K.S. Iyengar, Teoria e pratica dello Yoga, 2003, p.38).
“Nei tempi antichi si curavano gli ottantaquattro milioni di malattie che affliggono gli esseri viventi praticando le posizioni e il prāṇāyāma. I testi dell’āyurveda affermano che le malattie impossibili da curare con le medicine possono essere curate con queste pratiche” (Krishnamacharya, 2014, p.43).
L’ IYENGAR®Yoga accoglie tutti - i giovani, gli anziani, i malati - proprio come afferma l'Haṭha Yoga Pradīpikā:
yuvā vṛddho’tivṛddho vā vyādhito durbalo’pi vā
abhyāsāt siddhim āpnoti sarvayogeṣv atandritaḥ
Che sia giovane, vecchio, molto vecchio, malato o debole, lo yogi che pratica con diligenza ottiene il successo (HYP, I.64)
Un contributo fondamentale di B.K.S. Iyengar alla diffusione della pratica degli āsana, è stato l’uso di supporti (props) per assumere le varie posture yoga. Gurujī, nel venire in contatto con l’Occidente e aver osservato le rigidità dei corpi, iniziò ad utilizzare sostegni per consentire alle persone di accedere alle impegnative forme degli āsana, ricercando il corretto allineamento degli arti e potendo quindi riceverne i benefici effetti. Gurujī stesso ha fatto da supporto col suo corpo al famoso amico e violinista Yehudi Menuhin, in posizione di setu bandha sarvāngāsana, come documentato da alcune fotografie.
Gurujī esemplifica un altro possibile utilizzo dei supporti in un articolo dedicato alla salute e alla terapia:
‘‘Il sādhaka deve mettere in atto la struttura scheletro-muscolare, l’elemento terra (pṛthvī-tattva) del corpo. Questa precisione nell’āsana aiuta il corpo organico a mantenersi in stato di salute e percepibile vitalità. L’energia dell’elemento acqua (āp-tattva) scorre senza impedimenti ed elimina la materia di scarto. L’energia dell’elemento fuoco (tejas-tattva) brucia ed elimina le tossine. L’elemento aria (vāyu-tattva) attraversa e purifica ogni cellula del corpo. L’elemento etere (ākāśa-tattva) mantiene il giusto spazio intracellulare. Avendo gradi diversi di penetrazione, i differenti āsana lavorano efficacemente sul corpo e apportano i cambiamenti necessari al processo di guarigione. Ogni āsana ha delle caratteristiche sue proprie che donano benefici specifici al corpo. Quindi selezionare i vari āsana, sequenziarli correttamente per adattarli alla struttura corporea, aiuta le aree colpite a mettere in essere i cambiamenti biochimici necessari a guarire o curare la malattia. In ogni āsana sono coinvolte numerose azioni che riguardano posizionamento, riposizionamento, estensione, espansione, allungamento, sostenersi, sospendersi, ritrarsi […].Se il corpo malato o danneggiato non dà segni di miglioramento o non è in grado di sostenere o mantenere la forma dell’āsana, allora si rende necessario un sostegno esterno dato dai supporti (props). Quando il corpo è sostenuto con i supporti esterni, la persona è incoraggiata all’azione e il corpo riacquista vitalità. Quando non si riesce a stare in piedi sulle proprie gambe, allora si deve ricorrere al bastone o alle stampelle come supporto per camminare’’ (B.K.S. Iyengar, in Aṣṭadaḷa Yogamālā, 8, p. 33).

Āsana per gli obbiettivi dello yoga
Oltre la ricerca del benessere fisico e della salute esistono oggi altre possibili motivazioni per avvicinarsi allo yoga?
Secondo B.K.S. Iyengar, gli obbiettivi della crescita spirituale sono oltremodo attuali ed è inevitabile il desiderio di pace mentale e di riscoperta dell’unità corpo e mente al di là della frammentazione interiore, causata da stress e interazioni insane, a volte violente, dovuta alla cultura della competizione:
“Molti attori, acrobati, atleti, ballerini, musicisti e uomini sportivi posseggono fisici superbi ed hanno un gran controllo sul corpo ma generalmente ad essi manca il controllo della mente, dell’intelletto e del Sé. Pertanto non sono in armonia con sé stessi e raramente si può trovare fra di loro una personalità equilibrata. Spesso mettono il corpo al di sopra di qualsiasi altra cosa. Sebbene lo yogi non sottovaluti il proprio corpo, tuttavia non pensa soltanto alla perfezione fisica…” (B.K.S. Iyengar, Teoria e pratica dello Yoga, 2003, p. 39).
Un altro motivo è la curiosità nella sua accezione positiva e la ricerca di una disciplina spirituale basata su conoscenze ancestrali e filosoficamente fondata:
“na hi jnānena sadṛśaṁ, pavitram iha vidyate
tat svayaṁ yoga saṁsiddhaḥ, kālenātamni vindati
In questo mondo niente è più puro e sublime della conoscenza trascendentale, frutto maturo di ogni misticismo. Chi è diventato perfetto nelle pratiche devozionali [yoga] godrà in sé stesso, a tempo debito, di questa conoscenza” (BG, IV.38).
Il percorso di scoperta dello yoga oggi e le motivazioni per seguire la pratica degli āsana e delle altre tecniche sono temi affascinanti che meriterebbero di essere oggetto di una ricerca a parte.
Per quanto riguarda la mia esperienza, sento di poter affermare che gli obbiettivi di coloro che si dedicano alla pratica degli āsana, oggi come un tempo, siano principalmente rivolti alla ricerca della salute psico-fisica e che le altre fasi dello yoga siano intese come più elevate e adatte allo scopo finale, che non ha certo perso la sua attrattività dopo millenni.
Basta ricordare il valore inestimabile e innovativo degli insegnamenti di Guruji a questo proposito.

Āsana, il corpo e la mente yogici
Spesso ritroviamo nei testi e nei trattati riferimenti agli effetti benefici degli āsana ed è fuor di dubbio che la salute fisica sia un requisito importante per ottenere il successo nello yoga, poiché i problemi di salute sono anche il primo ostacolo alla pratica (YS, I.30). E’molto difficile controllare la mente se il corpo è instabile, dolorante, indebolito o malato. Però, nei tre sūtra che Patañjali scrive a proposito dell’āsana (YS, II.46-48) si va ben oltre la salute e la stabilità del corpo e della mente; questi sono infatti solo i prerequisiti. Entrambe, la salute e la pace mentale, sono funzionali e necessarie al raggiungimento dei livelli più elevati dello yoga: concentrazione, dharana, meditazione, dhyana, e totale assorbimento nel Sé, samadhi. Vyasa commentava in questo modo: “L’āsana è perfetto quando ogni sforzo o tensione, prayatna, cessa e il corpo non trema più… e quando il citta è assorbito nell’infinito, ananta”. (Bryant, p. 261).
Da questo punto di vista, la tradizione Patañjali- Krishnamacharya- B.K.S. Iyengar è estremamente coerente.
Infatti, B.K.S. Iyengar scrive: “Patañjali dice che quando un āsana, è eseguito in modo corretto, le dualità di corpo e mente, mente e anima, devono svanire. Questo si chiama riposo nella postura, meditare durante l’azione. […] Questo è l’effetto degli āsana. Dovrebbero essere eseguiti in modo tale da distogliere la mente dall’attaccamento al corpo e portarla verso la luce dell’anima, affinché il praticante arrivi a risiedere nella dimora dell’anima”(B.K.S. Iyengar, L’Albero dello Yoga, 1989, p. 57).
Prashant Iyengar nel suo Chittavijnana of Yogasana, fa una interessante analisi di ciò che sono gli yogāsana, termine che lui predilige rispetto al più consueto āsana:
“All’inizio āsana è una posizione, un esercizio per il corpo. In realtà āsana è un luogo che dalla consapevolezza conduce verso la meditazione…Gli āsana richiedono conoscenza profonda e altrettanta profonda riflessione su quella conoscenza. Meditazione è basata sulla conoscenza e questa deriva dall’azione” (P. Iyengar, pp.50-51).
Guruji è d’accordo coi commentatori tradizionali per quanto riguarda l’aspetto della cessazione dello sforzo nella realizzazione dell’āsana e di quest’ultimo come mezzo per apprendere l’arte della consapevolezza del corpo e la gestione delle sensazioni, della mente e dell’intelligenza fino a essere coscienti di “ogni singola cellula”.
“Come ho detto, se un orefice deve fare un nuovo ornamento da uno vecchio, egli deve prima fonderlo fino a ridurlo all’oro di base per poterne fare uno nuovo. Ogni singola parte e componente dei cinque bhūta [terra, acqua, fuoco, aria, etere] presenti in ogni tessuto, legamento, osso, articolazione così come nella mente deve essere mantenuta in una posizione indisturbata, senza alterare l’apparato scheletro-muscolare o il corpo organico. Tutte le parti del sādhaka devono rimanere nelle loro posizioni pre-coinvolte, come l’oro di base. […] Io tratto ogni āsana come un ornamento dell’anima. Perciò, mentre si esegue ogni āsana, suggerisco a tutti di riaggiustare nello stadio finale per mantenere la struttura di base e ripeterlo ancora e ancora per consolidare senza disturbare la struttura dei costituenti del corpo” (B.K.S. Iyengar, Yaugika Manas, 2010, pp.95-96).
E’per mezzo di questa estensione della consapevolezza, che si approssima all’infinito, ananta, che si raggiunge lo stato meditativo, dhyāna attraverso l’āsana. Nell’Albero dello yoga, B.K.S. Iyengar scrive a p. 57 che: “[Gli āsana] dovrebbero essere eseguiti in modo tale da distogliere la mente dall’attaccamento al corpo e portarla verso la luce dell’anima, affinché il praticante arrivi a risiedere nella dimora dell’anima”. Di conseguenza la postura è presentata come un oggetto di meditazione autonomo per mezzo del quale è possibile attingere al samādhi, l’ultimo e più elevato gradino dello yoga. Come riconosciuto da E. Bryant questa è stata una grande innovazione introdotta dal nostro Guruji, rispetto alla visione classica della pratica degli āsana.
B.K.S. Iyengar è ritornato continuamente su questo punto, rielaborandolo tantissime volte; in ultimo, menzionando quattro tipi di praticanti di yoga:
Ārambhāvasthā (principiante): focalizzato e connesso alle parti [del corpo];
Ghaṭāvasthā (secondo stadio): chiede alla Mente di muoversi col Corpo, non di osservarlo solamente;
Parichayāvasthā (terzo stadio): la Mente presenta il Corpo all’Intelligenza, quindi la Mente si oblitera, si mette in secondo piano;
Niṣpattiāvasthā (quarto stadio): Corpo, Mente, Intelligenza e il Sé sono armonizzati e si muovono all’unisono (Yoga Rahasya, 32, pp.9-11).
Guruji intese offrire l’insegnamento dello yoga come disciplina olistica e comprese che praticandone una parte con questa capacità di visione si praticava il tutto. Come la coscienza si può muovere liberamente nel microcosmo del corpo umano, così la Coscienza Divina si estende e permea di Sé il Tutto. Lo yoga mira all’unione della coscienza individuale con quella universale, con la Persona Suprema, e l’āsana, praticata secondo gli insegnamenti di B.K.S. Iyengar, diventa un supporto (ālambana) nella meditazione, per raggiungere questo stato supremo, samādhi.
Questa è la grande eredità che ci è stata donata e che abbiamo l’onore e l’onere di portare avanti come praticanti seri e insegnanti.
‘‘Per me, gli āsana rappresentano Dio. Egli è rappresentato in praṇava – āuṁ. La loro ripetuta azione è japa. assumere la postura, āsana, è ‘ā’. Dopo aver assunto l’āsana, riflettere sulla postura, il suo scopo, utilizzo e significato sono i mezzi, il patrimonio (artha). Tutto questo è ‘u’. Dopo, la riflessione e il ristabilirsi nell’āsana e sperimentare la giusta sensazione sotto forma di esaltazione e beatitudine rappresentano bhāvana e ‘ṁ’ in ‘āuṁ’. A questo punto si passa dallo stato di concentrazione (one pointed state) allo stato meditativo (no-pointed state), esprimendo una condizione indisturbata nel corpo, nei sensi, nella mente, nell’intelligenza e nel Sé. Questo è l’essenza di un āsana e solo in questo stato di realizzazione: sthira sukham āsanam (II.46), si applica precisamente e accuratamente”. (B.K.S. Iyengar, in Aṣṭadaḷa Yogamālā, 7, pp. 101-102)
della vita, persino nella scienza!
Bibliografia
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B.K.S. Iyengar, Yaugika Manas – know and realise the Yogic Mind, ed YOG, 2010.
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Riferimenti immagini:
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