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Fondo Trade Mark

La Light On Yoga dispone di un fondo, denominato fondo Trade Mark, per sostenere l'insegnamento a titolo di volontariato dell'IYENGAR Yoga nelle fasce deboli.

La destinazione del fondo Trade Mark è stata indicata dallo stesso Guruji.


Casa Circondariale Cotugno - Lo Russo Sezione Femminile

di Annapaola Alessio

Ottobre 2016 – Maggio 2017

Dopo aver affiancato Emanuela Zanda nell’insegnamento dello yoga nella sezione maschile della Casa Circondariale Lorusso – Cotugno di Torino per un paio d’anni, ho sentito l’esigenza di portare la mia esperienza nella sezione femminile, sentendomi più adeguata. L’idea guida del progetto era quella di sensibilizzare le donne, attraverso lo yoga, ad un ascolto del proprio corpo, partendo dal presupposto che la reclusione penalizza fortemente il corpo femminile.

Avevo pertanto ipotizzato una pratica che potesse mettere le detenute in contatto con il loro corpo, potendolo risvegliare e armonizzare, affinando la loro sensibilità e capacità di ascolto nelle diverse fasi della vita: le mestruazioni, la gravidanza o post-­gravidanza, la menopausa e post-­menopausa.

Il gruppo che ho seguito era multietnico (italiane, rumene, russe, nigeriane, francesi), di età diverse e con problematiche molto differenti.

Fin dalle prime lezioni si sono resi evidenti diverse problematiche quali:

  • instabilità emotiva dovuta principalmente alla privazione dell’affettività, qualsiasi essa sia
  • incapacità di concentrazione e coordinazione
  • uso di psicofarmaci
  • depressione
  • seri problemi articolari

Di fronte a questo quadro ho cercato di capire quali aspetti della pratica potevano essere utili e applicabili nel contesto sopra descritto.

La pratica delle asana in piedi si è rivelata poco efficace, ho percepito da subito che richiedesse un certo impegno e che avrebbe potuto allontanare le detenute dalle lezioni. Il disagio psicologico ed emotivo così ampio richiedeva un cambio di rotta rispetto al progetto d’inizio

Ho optato quindi per un lavoro più semplice e leggero sul respiro, che avesse carattere ristorativo e che portasse le detenute a placare, almeno in quell’ora alla settimana, l’ipersensibilità e l’iper vigilanza mentale di cui il carcere, come luogo e come relazioni al suo interno, le induce a soffrire.

Questo tipo di pratica è stata molto apprezzata dalle donne che dicono di averne tratto beneficio.

Non nego di essermi trovata spaesata e in difficoltà per essermi addentrata in un terreno sconosciuto.

La perseveranza e il riscontrare un lieve beneficio in qualche detenuta mi hanno incoraggiato a continuare quando le incertezze aumentavano.

Spero che l’esperienza di quest’anno mi servirà per mettere le basi per migliorare il mio lavoro del prossimo anno e rendere il mio intervento più mirato.

Relazione 07/06/2017


Insegnare Yoga in Carcere

di Simona De Tilla

L’esperienza dell’insegnamento all’interno di un carcere femminile mi ha fatto toccare con mano che lo Yoga è una disciplina universale e veramente per tutti.

Le donne detenute che frequentano le mie lezioni di Yoga hanno tutte un comune denominatore: il dolore. Dolore espresso in molteplici forme: rabbia, aggressività, ansia, depressione, apatia, incuria per il corpo, perdita di autostima, ecc.

E’ stato difficile all’inizio individuare un linguaggio idoneo a persone di etnie diverse e completamente a digiuno di questa esperienza. Rileggere “L’albero dello Yoga” a distanza di qualche anno dove Guruji con semplicità e chiarezza illuminante espone lo Yoga in tutti gli aspetti della vita, è stato un punto di partenza per insegnare lo Yoga in un luogo dove sovente la dignità viene reclusa insieme alla libertà.

Un linguaggio molto semplice, diretto, per attirare l’attenzione, accendere l’osservazione, provocare la riflessione e poi la lettura di alcuni sutra, come il sutra I,31 “Il dolore, la disperazione, l’instabilità del corpo e del respiro turbano ulteriormente le citta”, per spiegare perché praticare Yoga è così importante per sé stessi. Il messaggio arriva. Lezione dopo lezione, ho riscontrato il coinvolgimento e l’interesse delle donne: la graduale presa di coscienza del proprio corpo e del proprio respiro genera curiosità, domande, voglia di apprendere di più. Insieme abbiamo imparato a utilizzare tutto ciò che è disponibile come supporti per gli asana: tavoli e sgabelli di plastica, i davanzali delle finestre e finanche i libri.

Spesso mi chiedono aiuto per le loro più frequenti problematiche: mal di schiena, dolori al collo e alle spalle, gambe con varici, insonnia e quindi propongo posizioni che possano aiutarle dando anche istruzioni per sequenze molto semplici da praticare autonomamente nelle celle.

Insegno in prevalenza posizioni in piedi, spesso al muro perché ho osservato in molte donne una notevole mancanza di equilibrio e insicurezza nel muovere il proprio corpo in spazi piuttosto angusti e condivisi con molte persone. L’apprendimento del pranayama, essenzialmente basato sull’osservare il proprio respiro e nell’imparare a rivolgere i sensi di percezione all’interno, ha prodotto buoni risultati sopratutto nelle detenute che seguono i programmi di recupero per le tossicodipendenze, dimostrandosi un valido strumento di riabilitazione per superare le proprie debolezze.

Nonostante le grandi difficoltà e i disagi che incontro, non ho mai pensato   di interrompere il mio impegno nell’insegnare elle carceri, ripagata dall’affetto, dalla gratitudine, dall’interesse di donne private, seppur per giusta causa,  dei due più importanti valori della vita: la libertà e le relazioni affettive.

Parole come Svadhyaya, Abhyasa, Tapas, Vairagya vengono conosciute, elaborate e commentate. Esprimono concetti privi di barriere spazio-temporali, proprio come se la libertà non venisse dall’esterno, ma dal cuore di una prigione.

 

Articolo tratto da Sadhana n. 3 - 2013

 


Yoga Casa Circondariale

di Emanuela Zanda

Per prima cosa, vorrei raccontare come è iniziata questa attività. Desideravo svolgere volontariato come insegnante di yoga. Una mia amica avvocato mi ha suggerito di chiedere appuntamento al direttore della Casa Circondariale “Lorusso e Cotugno” di Torino, persona nota per la sua apertura e disponibilità.

Mi dilungherò un poco sui problemi burocratici ma sto imparando come la pazienza sia qualità indispensabile per il volontario che desideri operare in questi contesti. A giugno 2009 ho inoltrato la mia richiesta, a settembre ho avuto il primo appuntamento operativo con l'ufficio delle educatrici e a novembre ho iniziato le lezioni di yoga, una volta alla settimana, indirizzata ad un reparto denominato “Prometeo” che ospita detenuti sieropositivi.

Non esistevano locali adatti per la pratica, tutto l'edificio carcerario è sempre molto rumoroso e solo una minoranza dei detenuti sieropositivi erano interessati allo yoga. Ho iniziato con tappetini generosamente donati dalla scuola di Maria Paola Grilli, ma ho pensato anche di richiedere il contributo all'Associazione che dispone del fondo trade mark.

Quando la mia attività si stava un pochino consolidando ho avuto una brutta sorpresa: l'autorizzazione ad accedere all'Istituto era già scaduta automaticamente a fine anno e ho dovuto attendere oltre due mesi il rinnovo!! Mi è spiaciuto soprattutto per gli “allievi” con cui non avevo ovviamente nessuna possibilità di comunicare in modo autonomo.

Quando ho avuto autorizzazione a riprendere l'attività, mi è stato spiegato che anche l'ingresso del materiale per lo yoga avrebbe dovuto essere autorizzato formalmente, ed ottenere questa autorizzazione ha richiesto ancora molto tempo.

Come si svolgono le lezioni alla casa circondariale? Ho preferito usare, invece della piccola palestra che mi era stata proposta, il locale refettorio, il cui pavimento è sempre pulito. Lo spazio è adatto a 4-5 persone. Solo una minoranza è interessata allo yoga, ma in compenso i miei “allievi” sono discretamente costanti, molto rispettosi e davvero grati di quello che viene loro offerto. In questo reparto si svolgono parecchie altre attività, ma i detenuti apprezzano in modo particolare il lavoro dei volontari, per cui hanno grande stima.

Frequentando la Casa Circondariale si comprende immediatamente come il carcere sia lo specchio della parte più debole della società, la meno fornita di istruzione, conoscenze e competenze. Le statistiche parlano chiaro: su circa 66 000 detenuti in Italia, tre su quattro hanno un livello di istruzione bassissimo o inesistente, il 95% sono di sesso maschile e gli stranieri rappresentano oltre un terzo.

Il linguaggio che devo usare nelle lezioni è quindi più semplice di quello utilizzato nelle lezioni normali. Ho portato delle fotocopie dello scheletro con la nomenclatura, ma è difficile ottenere la loro attenzione su documentazione scritta: meglio chiedere direttamente alla persona di sentire la posizione dello sterno, delle costole, dell'osso sacro ecc. Nonostante questo il riscontro che le lezioni e la pratica ottengono, è esattamente lo stesso di qualsiasi lezione: poco per volta, allungando la spina dorsale, eseguendo posizioni in piedi, esercitando l'auto-osservazione, l’espressione cambia, il viso si fa meno teso, gli occhi diventano meno aggressivi e diffidenti e, alla fine della lezione è possibile qualche minuto di rilassamento.

Ad iniziare dal mese di maggio, ho avuto l'autorizzazione a fare lezione anche ad un altro reparto, dove le condizioni sono più difficili che al “Prometeo”: i detenuti sono in due o tre per ogni cella e gli esterni non sono autorizzati ad entrare nel reparto. Queste sono in realtà le condizioni normali della maggior parte dei detenuti del carcere. Questo reparto è destinato ai detenuti con permanenza molto breve e lo yoga è entrato a fare parte di una serie di attività di indirizzo denominate “progetto accoglienza”. Sono questi detenuti che stanno utilizzando il materiale acquistato con il finanziamento dell'Associazione: impensabile spostare ogni volta il tutto da un reparto all'altro, ci sono centinaia di metri di distanza e l'uso degli ascensori richiede la collaborazione delle guardie penitenziarie.

Qui è stato individuato un locale dismesso, di cui ho la chiave, che i detenuti hanno pulito, dove possono lavorare 7-8 persone. La caratteristica delle lezioni in questo reparto (Padiglione B, sezione ottava) è che i miei “allievi” sono quasi sempre diversi. Ho iniziato con un gruppo di 8 persone, la settimana dopo la metà erano usciti o erano state spostati di sezione, ma altri sono subentrati: così, in pochi mesi, almeno cinquanta persone, di varie nazionalità (albanesi, romeni, serbi, nigeriani, marocchini ecc.) hanno avuto una lezione di yoga.

Mi sento particolarmente grata nei confronti della mia insegnante, Maria Paola Grilli: senza il suo insegnamento e continuo incoraggiamento non mi sarei sentita di fare lezione in questo contesto. Infatti è fondamentale tenere alto il livello dell'insegnamento: in un'ora è necessario far capire loro perché lavoriamo a piedi nudi, l'importanza dei piedi nella posizione eretta, l'importanza dell'allineamento e dell'allungamento della spina dorsale. La risposta dei detenuti di questa sezione è generalmente buona: sono per lo più ragazzi abbastanza giovani, che amano il movimento e sentono con facilità il benessere che deriva dalle posizioni. Alla fine della lezione ho notato che trovano giovamento da una breve pratica di auto osservazione del respiro e possono comprendere la differenza tra i rumori esterni e la quiete del corpo e della mente.

L'associazione di cui faccio parte come volontaria presso la Casa Circondariale si chiama La Brezza ed una delle massime più amate dai volontari è: da cosa nasce cosa. Rispetto ai quasi duemila detenuti della Casa Circondariale di Torino, un giorno alla settimana di yoga da parte di una volontaria è una goccia in mezzo al mare. Eppure la soddisfazione è grande e le difficoltà non hanno fatto che spronare il mio desiderio di proseguire questa esperienza.

Tratto da lettera ai soci 14/11/2010

 

 

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